Sviluppo e tutela: articolo di Giuseppe Iotti, Presidente del Gruppo Imprese Artigiane

“Un tempo noi imprenditori, come gli altri italiani, dovevamo misurarci col dualismo destra-sinistra. Per quanto l’Italia fosse un paese sostanzialmente di centro, e la moderazione sia sempre stata definita una virtù.

Dal punto di vista sociale, la sinistra rappresentava il lavoro dipendente, specie nel privato, per cui si alleava al sindacato (talvolta lo scavalcava) nel pretendere salari e condizioni di lavoro a suo avviso migliori per i ceti che rappresentava. Noi imprenditori ne eravamo la controparte, per cui un imprenditore “di sinistra” lo poteva essere solo in quanto compromesso con poteri locali o cooperazione “rossi”.

L’imprenditoria mostrava ragionevolezza nel non produrre fratture se non quando inevitabile, ma un effetto negativo di questa dinamica sociale dominata all’epoca dalla sinistra fu che il mercato del lavoro in Italia si ingessò, rallentando lo sviluppo del Paese, e contribuendo ad innescare una spirale negativa di inflazione/svalutazione della moneta. Basti pensare agli effetti perversi della scala mobile, e la difficoltà di ricorrere a licenziamenti pur quando ne sussistevano legittime necessità e motivazioni, il che poi negli anni ha favorito tutto il bell’universo di partite IVA, e di precarietà varie che oggi fa tanto problema.

Questo clima non aiutò le imprese, si conseguenza nemmeno i loro lavoratori, né alla fine il Paese. Con la svalutazione per un po’ qualcuno esportava di più, ma nel contempo l’Italia, scarsa quanto a materie prime, le importava a prezzo maggiore. Pensiamo solo alla benzina, che tra l’altro aveva un prezzo unico, cosa che oggi guarderemmo come cosa da economia socialista.

Si contrastava così la naturale selezione tra le imprese: se il prodotto era molto buono, poteva essere venduto all’estero comunque al giusto prezzo in marchi o dollari. Se il prodotto era a basso valore aggiunto, lo si vendeva comunque, in lire svalutate, come quello giapponese dei primi tempi, o successivamente cinese, il che consentiva ad imprese non ottimali di galleggiare. Ma poi i nodi sarebbero comunque venuti al pettine, l’Italia non era è non è la Cina, e tanto meno, per esempio, il Bangla Desh con le sue produzioni tessili.

L’economia della Prima Repubblica si sviluppava così appoggiandosi su due basi, una sana, ed una malata. La sana consisteva nel fatto che la popolazione era giovane ed attiva. Fino agli anni ’80 quello italiano era un popolo di produttori, e non di pensionati. Questi ceti aspiravano ad un livello di vita migliore, e consumavano. Producevano e compravano case, automobili, mobili, cibo e vestiti di miglior qualità. L’industria nazionale era in grado di coprire gran parte di queste necessità, e l’import era fatto per lo più di materie prime.

La base malata dello sviluppo era il debito, quello pubblico, e non quello privato. Infatti, il mondo del lavoro italiano, aumentando il reddito pro capite, consumava sì, ma era in grado di risparmiare, e comprava il grosso del debito pubblico italiano stesso, a tassi interessanti. Lo Stato, partendo da un livello assai basso ancora all’inizio degli anni ’70, iniziò però ad indebitarsi parecchio, non solo per investire in infrastrutture, il che andava bene, ma per comprarsi il consenso elettorale finanziando tutele: si pensi ai baby-pensionati pubblici a meno di 50 anni. Si gettarono soldi dall’elicottero in investimenti al Sud che si concretizzarono per lo più, quando non in furti, in cattedrali nel deserto. Guadagnarono i ladri, ma anche i pseudo-lavoratori, alcuni dei quali reclamano ancora oggi quell’elicottero come fosse un diritto.

Questa situazione peggiorò durante gli anni ’80 al punto da determinare una pesante crisi finanziaria, dalla quale si cercò di uscire agganciandosi coraggiosamente ad un paniere di monete europee che poi sarebbe diventato nell’Euro. All’epoca il Paese, sfibrato dal meccanismo inflazione/svalutazione, in cui più nessuno vedeva aspetti positivi, era quasi unanime nel volersi avvicinare “all’Europa”.

Crollato il muro di Berlino, i cittadini, a fronte delle conseguenze della crisi, sollecitarono un repulisti dell’allora classe dirigente (“Tangentopoli”, “Mani Pulite”) considerata corrotta, ma, al di là di ciò, incapace di dare la stabilità al governo che occorreva per pilotare il Paese fuori dalle secche.

Dal punto di vista economico e sociale, la Seconda Repubblica che seguì non determinò una reale rivoluzione. Non è stata tutta colpa dei politici. Le italiane, tra l’altro per garantirsi nell’immediato una qualità di vita migliore, avevano smesso di fare figli. Terminata l’epoca delle migrazioni interne, si è ritenuto un diritto smettere di fare lavori considerati umili, ed è stata necessaria perciò l’immigrazione dall’estero, sempre più rilevante, ma non gestita, come invece erano abituati a fare da decenni altri paesi avanzati, come la Germania. Il numero dei pensionati rispetto a quello dei lavoratori ha iniziato ad aumentare, e i contributi dei secondi finanziavano le pensioni dei primi, non le proprie. Il livello di tassazione è cresciuto di molto, ma gli italiani hanno reagito cercando di non pagare le tasse. Gli investimenti pubblici sono diminuiti parecchio, perché le risorse servivano quasi tutte a tenere in piedi il baraccone dello Stato. Le nostre imprese lavoravano meno per il pubblico, che poi pagava a babbo morto, insegnando così a farlo anche ai clienti privati.

I cittadini pensavano che la causa dei mali che si stavano delineando fossero i politici non all’altezza, ed era vero, e che rubassero, ma in realtà, a parte casi singoli, era il Paese quasi intero che rubava a sé stesso. Credo poi che, se c’è inefficienza e corruzione, essa sia annidata più che tra i politici, che passano, all’Amministrazione dello Stato, che resta, sotto ogni governo. La capacità della politica di governare l’Amministrazione è diventata sempre più scarsa, e corpi dello Stato come la magistratura si sono allargati inserendosi negli spazi lasciati da politici non avveduti. Un esempio: quante volte già la politica ha provato a tagliare le “pensioni d’oro”, ma alla fine è arrivato un TAR o una Corte a bloccare tutto?

In questo clima, il Paese è tuttavia riuscito a fare una scelta epocale, e cioè quella di aderire alla moneta comune. In questo modo è terminato il meccanismo inflazione/svalutazione, e, a mente fredda, credo che si comprenda che ciò è venuto a vantaggio del cittadino e consumatore. E’ invece comune nella pancia della gente l’idea che con l’Euro i prezzi “sono raddoppiati”, cosa nel complesso non vera. E’ vero invece che nel frattempo i redditi, che prima crescevano con regolarità sia pure in mezzo all’inflazione, si sono fermati per molti, e che la disoccupazione è aumentata, e per questo la capacità di consumo media è calata. Ciò non è dipeso dall’Euro se non in piccola parte, e sarebbe stato anche peggio senza. Dal punto di vista culturale, credo che l’elemento chiave sia stato che il potere contrattuale non solo dei lavoratori, ma del mondo del lavoro tutto, che include le imprese, è calato, perché politicamente contavano sempre di più i ceti meno produttivi (e le relative aree geografiche), inclusi giovani disoccupati che se avessero voluto fare i lavori disponibili, avrebbero potuto, e con redditi forse non minimi. Ma il PIL lo fa soprattutto chi lavora.

Cosa sarebbe successo senza la scelta dell’Euro? Basti pensare alla doppia crisi finanziaria del 2008 e del 2012, in che condizioni avrebbe lasciato il Paese se non ci fosse stata la stabilità data dalla moneta forte: sarebbe stato un default in stile argentino.

La crisi finanziaria del 2008 è stata esogena all’Italia, ma ci ha trovati più deboli delle altre economie avanzate. Per varie ragioni, ma soprattutto per l’entità del debito pubblico, per cui il nostro Stato non ha potuto aiutare a sufficienza le banche, che alcuni politicanti dipingono come nemiche, ma se le facessimo crollare perderemmo tutti tutto. Inoltre lo Stato ha dovuto rallentare gli investimenti in infrastrutture, persino per la loro manutenzione, e mangiarsi consensi abbassando il livello di un costoso stato sociale.

Per l’impresa, le conseguenze sono state di una dura selezione. Ciò non è stato dovuto solo al fatto di appartenere ad un’area di moneta forte, né alla difficoltà di ottenere credito nel mezzo di una stretta, che pure sono verità, ma anche alla concorrenza dei Paesi emergenti (Cina in testa) sui prodotti a basso valore aggiunto. Cioè, le imprese italiane meno avanzate sono state spazzate via, e con esse i posti di lavoro. La manodopera non qualificata, e/o operante in aree marginali del Paese, ha conosciuto alti livelli di disoccupazione, i giovani non hanno trovato posti di lavoro. Le imprese hanno avuto poca tutela.

Non sottolineeremo mai abbastanza che la forza sociale che ha tenuto durante la crisi è stata l’impresa “brava e buona”, dotata di un adeguato livello di tecnologia, di efficienza e di capitalizzazione, e che spesso di conseguenza esportava. Va detto qui che, contro quanto talvolta viene fatto passare, una buona parte di questa impresa di valore è costituita da PMI. Alcune capaci di fare da sole, altre inserite in filiere ad alto valore aggiunto, magari capitanate da imprese di dimensioni maggiori. Parma, per fortuna (più che fortuna è capacità) è un tipico esempio di successo in questo senso.

L’obiettivo di questo pezzo d’Italia è lo sviluppo. Il contraltare di questa dinamica è la tutela. Questo è il dualismo oggi: quello sinistra/destra è superato. L’impresa rischia e traina lo sviluppo, altri frenano e chiedono garanzie. La base sociale un tempo della sinistra, i lavoratori dipendenti, ora sono in un certo senso “di destra” per esempio rifiutando la “concorrenza” dei lavoratori di origine straniera. L’impresa è “di sinistra” nel momento in cui sostiene che i lavoratori stranieri sono un pezzo di presente e di futuro non solo per l’impresa, che non trova quella disponibilità tra gli italiani, ma anche per il Paese, perché sono giovani, presenti e futuri consumatori, mentre gli anziani fanno quello che possono. Quasi solo i produttori di farmaci crescono in un mondo di anziani, infatti l’industria farmaceutica va bene, il che per Parma è una fortuna.

Purtroppo, all’indomani della crisi del 2012, la politica della Seconda Repubblica è stata prima travolta (Centrodestra), poi sostituita da tecnici che hanno tamponato le falle senza dare una prospettiva al Paese, e poi da un Centrosinistra che ha cercato sì di incentivare gli investimenti privati, ma, arenato in una crisi di identità, troppo timidamente.

Le forze che hanno vinto le ultime elezioni, pur diverse tra loro per certi aspetti, hanno presentato entrambe un programma incentrato, al di là degli slogan, sulle tutele. I passi successivi sono conseguenti, e accelerati: il governo sembra non voler perdere tempo nel dialogare coi corpi sociali come il nostro, impegnato com’è non in riforme, ma in pretese rivoluzioni.

Un provvedimento di tutela è il cosiddetto Decreto dignità. Intanto noi imprenditori rifiutiamo già questo nomignolo, perché noi non abbiamo mai proposto ai lavoratori condizioni indegne di lavoro, in una economia avanzata di mercato, e non dobbiamo accettare accuse implicite di questo genere, tanto meno da vertici di una classe politica che non ha mai conosciuto il lavoro da vicino. Questa legge innesta una marcia indietro nell’ingessare un mercato del lavoro che va invece ulteriormente liberalizzato, se si vuole lo sviluppo.

La vicenda dell’Ilva, irrisolta al momento in cui scrivo, e già questo non è segno di responsabilità, vorrebbe mostrare i muscoli della politica contro interessi privati dipinti come “cattivi”. La tragica vicenda del ponte di Genova è stata pesantemente strumentalizzata nello stesso senso. La società concessionaria è stata lapidata prima dei tempi della giustizia, ma lo scopo perseguito è di mettere le basi di consenso al ritorno dello Stato imprenditore. Alcuni ministri stanno parlando apertamente di intervenire in Alitalia, nelle Ferrovie, e quant’altro, usando forse la Cassa Depositi e Prestiti, cioè i risparmi degli italiani, come una nuova IRI.

Non lo si dice ancora in chiaro, ma uno strumento di questa politica potrebbe essere anche la ripubblicizzazione delle banche. Ciò consentirebbe, nei disegni di qualcuno, non solo di reperire i finanziamenti che consentano allo Stato di rientrare come soggetto diretto in economia, ma anche di piazzare quel debito pubblico di cui gli investitori esteri, già oggi, si stanno liberando. Il che accade credo non solo per i rischi oggettivi dovuti all’entità del debito pubblico, ma perché una parte del governo lancia messaggi provocatori contro i propri stessi creditori, creando il dubbio che si voglia davvero non onorarlo.

Il ritorno dello Stato come soggetto diretto in economia viene presentato come una tutela per i cittadini maggiore di quella che offre l’impresa privata (che siamo noi), ma un effetto di questa operazione sarebbe di ricostruire quella classe sociale detta dei “boiardi di Stato”, che non aveva legittimazione di competenza, quanto di influenza politica. Non mi sembra un passo in avanti. Che poi questi nuovi dirigenti pubblici saranno più onesti degli altri per definizione è difficile da credere se non si è nati ieri.

Oltre alla riproposizione di una classe dirigente incompetente, corruttibile, e presumibilmente riciclata, c’è il danno economico. I costi di queste operazioni di riacquisto, da chi saranno pagati? Se lo Stato si ricompra Alitalia, per poco che spenda, anche noi parteciperemo alla spesa, ma a noi come viaggiatori che ce ne verrà? Certo verrà a tutela dei lavoratori, molto privilegiati, di Alitalia.

Questo pugno duro (per ora più verbale che altro) nei confronti dell’impresa privata viene presentato non solo come privo di costi, ma al contrario come fattore di efficienza e risparmi. Intanto l’esproprio va contro lo Stato di diritto. Nella storia, chi l’ha fatto senza pagare dazio sono stati i governi comunisti, e se ne sono viste le conseguenze in termini di sviluppo, tutele, efficienza, risparmio, e libertà.

Inoltre, questa operazione è antistorica nel contesto mondiale, anche se oggi brillano le stelle di Trump e Putin che forse sembrano avvalorare queste tendenze. Ciò è vero per la Russia (o dobbiamo tornare a chiamarla URSS?), ma gli USA in realtà restano un paese liberista. Per cui c’è da aspettarsi una reazione pesante dei mercati internazionali alle velleità del governo, che nel caso pagheremo tutti noi italiani. Alcuni politici di governo stanno già mettendo le mani avanti in proposito, ma il loro dovere sarebbe di evitarla.

Una soluzione per ripubblicizzare l’economia italiana, trovando le risorse per farlo, è ridimensionare il debito pubblico ridenominandolo in Nuove Lire. Lo Stato tornerebbe inoltre ad avere sovranità monetaria stampando carta per comprarsi quel che vuole, specie il consenso, come nella Prima repubblica, ma in un contesto non certo favorevole ad azioni di stampo sudamericano. Con le Nuove Lire, i risparmiatori, e le imprese, si troverebbero carta di scarso valore in mano. Tant’è che al semplice pensiero già si registra un deflusso di capitali verso paesi esteri ritenuti sicuri, quasi fossimo ai tempi dell’avanzata del PCI.

L’impresa esportatrice troverebbe un vantaggio immediato nel vendere all’estero, con alcuni costi svalutati (i salari dei lavoratori) rispetto all’area Euro. Però pagherebbe di più le materie prime, partendo dal petrolio. Un costo pesante lo sopporterebbero le imprese che operano sul mercato interno, come sono in buona parte i soci del GIA, perché in definitiva i consumatori sarebbero più poveri.

Il favorire produzioni a basso costo in italia qualcuno lo potrebbe trovare un fattore di reindustrializzazione, ma oggi le economie autarchiche non tengono. Oggi in Italia, come del resto negli USA, si fabbricano più componenti auto di alto valore aggiunto che auto stesse. Chiudere le frontiere in modo diretto o indiretto sarebbe quindi suicida per un Paese manifatturiero come il nostro. In Turchia, dove le politiche di Erdogan hanno prodotto una svalutazione del 50%, gli articoli importati costano il doppio in valuta locale rispetto all’anno scorso. Le aziende turche, indebitate in dollari perché non c’è sufficiente risparmio interno, non sanno come restituire i prestiti ricevuti, e fanno fatica ad approfittare della svalutazione per incrementare l’export. Che Edogan maledica i presunti nemici non serve al benessere dei turchi.

Riflettiamo su un’idea di re-industrializzazione ad alta intensità di manodopera, supportata dallo Stato. Ma con quali capitali? Con quali lavoratori, dato che gli italiani si stanno pensionando in massa, e la revisione della Fornero li aiuterà in questo? Con quale potere di acquisto dei consumatori? Avremo le risorse per fare ricerca e sviluppo, o quanto meno riusciremo a collaborare con chi all’estero ne fa? Le efficienze determinate dalle economie di scala e i conseguenti prezzi bassi potranno essere riprodotte in un paese autarchico, ormai piccolo nel contesto mondiale? Chiuderemo le frontiere ai prodotti migliori dei nostri, e meno cari? L’estero chiuderà di conseguenza le sue frontiere ai nostri prodotti? Continueremo a litigare con la UE che, a parte tutto il resto, è di gran lunga il nostro maggior mercato di esportazione? Scassando questa Italia, che pure è perfettibile, invece di riformarla, ne costruiremo una migliore?”

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