I rapporti di lavoro secondo un possibile futuro Governo. Commento del Presidente GIA Ing. Giuseppe Iotti.

Riportiamo di seguito il commento del Presidente GIA Ing. Giuseppe Iotti in merito all’articolo allegato, pubblicato lo scorso 18 Aprile su Il Sole24ore, a firma del Prof. Pasquale Tridico, Ministro in pectore del Lavoro (o del Welfare) per il Movimento 5 Stelle.

“Credo utile una riflessione comune, per cui mi piacerebbe ricevere commenti dai soci, su questo articolo apparso sul Sole24Ore del 18 aprile scorso, a firma del prof. Pasquale Tridico, docente all’Università di Roma Tre, ma soprattutto ministro in pectore del Lavoro (o del Welfare) per il Movimento 5 Stelle. Questo per valutare insieme il futuro del nostro Paese dal punto di vista dei rapporti di lavoro qualora il futuro governo prendesse la strada qui indicata.

Vi pregherei di leggerlo, e poi se volete dare un’occhiata alle mie seguenti osservazioni.

Quello che si può condividere di questo intervento è la constatazione, peraltro ovvia, che in alcune aree del Paese la criminalità organizzata ostacola una vita economica regolare, e con essa lo sviluppo, cioè in sostanza impone la miseria economica e morale. Questo è un pericolo che può coinvolgere anche il nostro territorio, anzi purtroppo in una certa misura lo coinvolge già.

Inoltre è vero che servizi pubblici ed infrastrutture efficienti aiutano le imprese, e con esse i lavoratori e le famiglie, dovunque. Si tratta però di trovare le risorse, senza ulteriori appesantimenti fiscali, e la difficile soluzione è compito della politica.

Detto questo, l’articolo a mio avviso esprime la grave confusione che c’è nella testa di quella che si propone come nuova classe dirigente.

E’ a molti evidente che la rigidità delle contribuzioni è una delle cause della crisi specifica del nostro Paese. Va ricordato che, al di sopra dell’eterno fanalino di coda che è la Grecia, l’Italia è il paese non solo europeo ma occidentale che più ha sofferto la recessione e meno ha agganciato la ripresa. Tra l’altro, tutti i paesi europei che hanno uno sviluppo maggiore del nostro hanno un mercato del lavoro più fluido di quello italiano. Forse perché serve ad allocare meglio le risorse.

Il prof. Tridico in proposito infila una serie di affermazioni che mi sembrano problematiche e talora surreali.

Per lui non è giusto, anche per ragioni etiche che meriterebbero altre finalità, che le retribuzioni siano differenziate nelle diverse situazioni, incluse le diverse aree geografiche del paese. Lo studioso non si capacita che nelle aree che la ripresa l’hanno agganciata, cioè nel Nord, come in Lombardia ed Emilia Romagna, i salari siano più alti che altrove. Questione a casa mia di semplice dinamica di domanda ed offerta. Constata che al Nord i salari sono più alti, così come la produttività, e sembra ricavarne che la produttività al Sud si alzerà alzando i salari. Noi umilmente constatiamo che ad esempio il Portogallo sia in forte ripresa grazie ad una politica seria di controllo della spesa pubblica (perseguita in modo bipartisan dalle sue forze politiche), ma non ultimo perché la retribuzione minima è intorno ai 600 Euro, cioè in media circa metà di quella italiana. Quindi un investitore straniero è portato ad investire nel paese lusitano anziché nel Sud Italia, e il governo portoghese non guarda tanto per il sottile quando si crea lavoro.

Tridico si pone invece il problema se bassi salari richiamino attività ad alta intensità di lavoro, cioè diano lavoro alle persone, ma dequalificato. Allora meglio di no? I fatti conclamati sono che le lavorazioni a più alta intensità di lavoro sopportabili in Europa (cioè non emigrate nel Far East) sono andate nei paesi membri dell’Est, e nei casi più evoluti nella penisola iberica, mentre ben poco di questo lavoro è andato al Sud Italia, dove tra l’altro i tanti laureati lo schifano. I paesi succitati però si stanno sviluppando, il Sud no. In Mezzogiorno, peraltro, salvo eccezioni veramente lodevoli, non va nemmeno l’alta tecnologia, e sono carenti i servizi ad alto valore aggiunto. Per esempio Roma, Napoli, Palermo non solo non hanno finanza, ma da anni nemmeno banche proprie, perché ben prima della crisi bancaria esse erano già decotte e le hanno salvate quelle del Nord, non senza costi che poi abbiamo pagato tutti. Per il momento si dà il caso che tecnologia e servizi avanzati vadano dove vi sono le condizioni migliori: scarsa burocrazia, poca corruzione e criminalità, giustizia rapida, formazione di alto livello, scarso assenteismo, cultura del lavoro che significa produttività. L’alto valore aggiunto sta a Londra, Francoforte, forse Milano. Oggi in certe aree nel nostro paese quindi non c’è lavoro, né qualificato né non qualificato, e si deve emigrare, oppure cercare qualcuno che ti conceda un impiego pubblico, magari all’Università, o anche che ti dia il reddito di cittadinanza. Diritti a prescindere dalle risorse per soddisfarli.

In certe aree del paese non si muovono i privati, forse si vorrebbe che si muova lo Stato, il quale, essendo Pantalone, paga indipendentemente dalla produttività. Film già visto peraltro nella prima Repubblica coi risultati sotto gli occhi di tutti. Peccato che lo Stato Italiano, indebitato fino al collo, da anni non possa fare anche volendo gli investimenti che invece, per esempio, ha fatto la Spagna, perché quando noi eravamo già al 90% del PIL, loro erano al 22%. E che sarà, la bancarotta? Secondo alcuni, con un governo di onesti si libereranno tante risorse dal recupero dell’evasione fiscale, la spending review, i vitalizi dei politici, le pensioni d’oro, e forse ricorrendo a San Gennaro.

Citando niente meno che Keynes, vediamo che il docente arriva ad affermare che i salari al Sud dovrebbero essere più alti che al Nord.

Il suo articolo si contrappone ad uno studio di Boeri (economista piuttosto noto e stimato) che dimostra che bene sarebbe che la dinamica dei salari fosse più contrattabile a livello aziendale e locale. No, Boeri si sbaglia, perché si fonda su un’analisi del costo della vita non vera. Infatti Tridico, richiamando fonti autorevoli come la rivista on line Open Calabria (?), ci dice che, siccome le case a Posillipo costano più della media di quelle di Torino, non è vero che la vita al Sud costi meno che al Nord. Ora, con tutto il rispetto, chiunque sia stato in vacanza ad esempio in Sicilia, evitando i (pochi) luoghi alla moda, ma restando in area turistica, dove ognun sa che la vita costa di più che dove i turisti non vanno, ha visto coi suoi occhi che gli alimentari, per esempio, costano la metà che da noi, così come i ristoranti e tanti altri prodotti e servizi locali, anche se i suoi occhi difficilmente hanno visto uno scontrino. Che un professore di scuola ad Agrigento  sia di fatto più ricco di un suo collega a Parma è confermato dal fatto che, pur avendo il governo precedente assunto un sacco di insegnanti purché fossero disposti ad andare dove servivano, pochi ci sono voluti andare, talvolta mettendosi in malattia. Ma se la vita costava più o meno uguale, dov’era il problema, solo la nostalgia del tanto sole? Soltanto luoghi comuni?

Il fatto che poi nelle zone a basso reddito (difficile sapere poi quanto basso davvero, data la macroscopica evasione fiscale) le auto tedesche costino come da noi, così come i cellulari cinesi o gli apparecchi TV coreani, la benzina araba e il gas russo, deve far riflettere su cosa succederebbe se lo sfondamento del deficit e quindi del debito, nel quadro di una nostra sovrana politica (definita con disinvoltura) keynesiana, costringesse l’Eurozona a metterci fuori. Al fatto che scriteriate politiche salariali, fiscali, del welfare ci possano condurre all’abbandono dell’Euro e in sostanza del mondo occidentale non vogliamo neppure pensare. Rompere quei fragili meccanismi che ci consentono ancora, almeno qui da noi, di costruire con tanta fatica un certo benessere, forse determinerebbe una diminuzione delle diseguaglianze, nel senso che ci livelleremmo tutti verso il basso. Magari non diventeremmo tutti poveri uguale, col che resteremmo diversi, per quanto tutti piuttosto poveri. Beninteso, ciò sarebbe in linea con una certa tradizione francescana del nostro paese. Noi però stiamo coi benedettini, che pregavano un po’, ma lavoravano molto. Lavoravano e facevano lavorare con regole intelligenti e realistiche che portarono mille anni fa l’Italia da povera che era ad essere il paese più ricco d’Europa.

Ing. Giuseppe Iotti

Presidente Gruppo Imprese Artigiane”

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