“Le conseguenze della guerra”. Riflessioni del Presidente Iotti

15 marzo 2022

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Mi sembra non utile per voi che io riepiloghi quello che sta succedendo di grave nel mercato e progressivamente nelle aziende a causa di una guerra, che purtroppo è di per sé ancora più grave. Non solo lo leggiamo tutti i giorni sui giornali, ma diversi di noi lo stanno già vivendo quotidianamente, in termini di rincari delle bollette e non solo di rincari ma ormai di carenze di materiali.
Forse è più utile porvi due elementi di riflessione.
Il primo è che per chiunque di noi debba fornire dei clienti aziendali o pubblici mi permetto di suggerire che è bene, se lo si può, rivedere i contratti e, se non c’è la disponibilità della controparte a farlo, oppure proprio non si può, valutare col proprio legale, e/o con l’aiuto dell’associazione, che è qui per questo, la sussistenza di causa di forza maggiore, per quanto riguarda le consegne che in questa situazione non si possono rispettare, e/o di eccessiva onerosità sopraggiunta, perchè nessuno è obbligato in una società civile a lavorare in perdita.

Il lavorare in perdita, infatti, oltre a danneggiare, ed eventualmente portare alla chiusura o al fallimento un’impresa ed un imprenditore, produce svantaggi più ampi al mercato ed all’intera società. In questa situazione, intanto, la condizione di lavorare in perdita può concentrarsi su un solo attore, o pochi, e questo è ingiusto, ma in ultima analisi è un problema di tutta la filiera nei confronti del consumatore o comunque del soggetto che è alla fine del processo. Non si vede perchè a pagare debba essere proprio chi lavora.In ogni caso, laddove ormai il problema si sta diffondendo a macchia d’olio, a un cliente non conviene mandare a picco i suoi fornitori. Quando sarà finita la buriana, infatti, si troverà nel deserto ad arrangiarsi da solo se ci riesce. Ci rimetterà lo Stato, che di sicuro da queste situazioni trarrà ben poco in termini di tasse. Ci rimetterà anche perchè dovrà cercare di gestire in qualche modo il problema dei lavoratori che perdono il lavoro. Già oggi le aziende che si fermano (si spera temporaneamente) perchè l’energia costa troppo e le materie prime non arrivano non possono che mettere il personale in cassa integrazione, e pagare la gente che non lavora è un danno collettivo.

Se viceversa alle aziende è riconosciuto un giusto compenso anche in questa situazione, e, se vogliamo, ce lo riconosciamo tra noi, ci saranno conseguenze, ma non sulla salute di aziende che in futuro saranno in condizioni di continuare a lavorare, e non ci sarà disoccupazione.

Il secondo punto è quello, che può apparire quasi provocatorio, ma è bene dirlo: in ogni situazione bisogna cercare quel poco che ci può essere di positivo.

Il primo versante di questo è che ci sarà necessariamente, nella misura del sensato e del possibile, un accorciamento delle filiere internazionali. Questo significa che ci sarà più lavoro per le nostre aziende ed i nostri dipendenti, se sapremo capire cosa succede ed adattarci rapidamente. Alcune cose le sappiamo già fare, altre le possiamo in poco tempo ri-imparare, possiamo cercare altri fornitori, altre materie prime, qualunque cosa sia più disponibile a prezzo ragionevole, che non venga da regioni in guerra, o soprattutto che non sia affetta da problemi logistici gravi e relativi costi. L’Italia è il paese che il meglio lo dà nelle emergenze (purtroppo o per fortuna).

Il secondo versante della questione si riaggancia agli obiettivi del PNRR in termini di ricerca di sostenibilità ambientale. Con queste bollette energetiche, sempre per via della capacità di adattamento alle emergenze che abbiamo, sicuramente sapremo migliorare i nostri processi produttivi, anche perchè semplicemente, in termini economici, ne varrà maggiormente la pena di prima. Investimenti che in precedenza erano reputati troppo costosi in quel contesto, ora, per la sopravvivenza, se possibile si faranno. Inoltre, l’Italia è già oggi uno dei paesi al mondo più bravi nei recupero e riciclo di tanti materiali, dal legno, ai metalli, al vetro, la carta, e quant’altro. Dobbiamo in questo diventare ancora più bravi. Il nichel russo costa troppo o addirittura non ce lo danno? Cerchiamo di trovarlo dove c’è, o di sostituirlo con qualcos’altro, anche qui l’aumento dei costi renderà più accettabili investimenti in ricerca e in processi.

Qualcuno penserà che si stia parlando di autarchia, come quando i nostri nonni bevevano il carcadè anzichè il tè per via delle sanzioni degli inglesi. Qui non si tratta però di sanzioni che ci siamo andati a cercare, e soprattutto non si muoverà da sola una velleitaria Italietta a caccia di avventure. Qui è l’Occidente che sta già ristrutturandosi per dipendere di meno da chi non sempre ci vuole bene, e le nostre aziende è in questa chiave che devono ritagliarsi un proprio posto.

 

Giuseppe Iotti

 

 

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