Situazione Dazi USA – Cina

05 settembre 2019

 

La guerra dei dazi tra le due superpotenze mondiali, USA e Cina, è ancora sotto la lente d’ingrandimento. Infatti, alla vigilia della settimana che molti pensavano decisiva per la conclusione dei negoziati commerciali tra Stati Uniti e Cina, il presidente statunitense Donald Trump ha deciso di sorprendere tutti con un colpo di scena: via Twitter, ha annunciato l’innalzamento dei dazi dal 10% al 25% su 200 miliardi di dollari in vigore da venerdì 10 maggio. Se ciò non bastasse, Trump ha inoltre resa noto l’intenzione di ampliare i dazi su beni per 325 miliardi di dollari a meno che i negoziati lampo con il vicepremier Liu He non producano risultati significativi.

Quali sono i dazi in vigore oggi?

Dal gennaio 2018 sono stati applicati due round di dazi.

Il primo è stato del 25% su 50 miliardi di dollari di merci cinesi a cui si sono aggiunti, nel settembre del 2018, dazi del 10% su ulteriori 200 miliardi di dollari. Questi sarebbero dovuti salire al 25% il primo gennaio 2019 in caso di mancato accordo con la Cina; data però posticipata di nuovo al 1° marzo ed ora divenuta effettiva il 10 maggio insieme alla minaccia di estenderli del 25% su tutte le merci.

La Cina ha invece imposto dazi su beni per un valore di 110 miliardi di dollari coprendo quasi l’interezza delle sue importazioni dagli Stati Uniti. La risposta cinese nei confronti delle importazioni di beni statunitensi ha cercato dunque di colpire in maniera più incisiva le produzioni provenienti dagli Stati americani che più hanno supportato Trump quali ad esempio il gas naturale liquefatto o della soia (di cui la Cina è il primo importatore mondiale).

Perchè i dazi?

Gli Stati Uniti intendono condurre la Cina all’impasse per impedire o rallentare la nascita di un secondo attore di portata politica, economica e militare pari alla loro. Per questo, gli USA sono impegnati ad aggredire le non ancora sedimentate fondamenta economiche, sociali, militari, ottenute negli ultimi 25 anni. Dall’altro lato Pechino è impegnata a provare a ridurre il divario di ricchezza tra le sue regioni, ad aumentare il valore aggregato del mercato domestico, ad accrescere la qualità della sua Marina, a lanciare le nuove vie della seta, a coprire il gap tecnologico.

L’offensiva commerciale, è solamente una parte dell’intera questione. La sempre più pungente attività militare USA negli Oceani Pacifico e Indiano, infatti, è volta a rivendicare e cementare il controllo geo-strategico dell’area, attraverso il mantenimento dello status di prima potenza militare marittima.

L’area in questione, negli ultimi decenni, è diventata il perno del commercio mondiale per quantità di merce passante per i porti e gli stretti asiatici. Il controllo dei cosiddetti choke points – colli di bottiglia come stretti di Malacca, Sonda, Lombok e del mar cinese Meridionale (per chiarezza il Canale di Panama, di Suez e di Hormuz sono altri importantissimi colli di bottiglia controllati dagli americani, solo in parte contesi con i cinesi), sono appunto l’altra faccia della medaglia del contenimento commerciale degli USA sulla Cina. Alla battaglia contro l’export cinese va sommato il tentativo di interrompere il trasferimento di tecnologia attraverso la rottura dell’attuale catena del valore e la volontà di cooptare nel progetto di contenimento India, Giappone e Australia, i principali contender economici dei cinesi nella regione, limitando l’area di influenza diretta politica Cinese in prossimità delle sue coste e lasciare incontestata la leadership sui mari ancora largamente ad appannaggio degli Stati Uniti d’America.

 

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