10 Aprile 2026
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Non è solo uno dei simboli più rappresentativi del territorio, ma un vero modello di filiera capace di generare valore economico, identità e competitività a livello internazionale.
Da qui ha preso le mosse il convegno promosso dal Gruppo Imprese Artigiane e ospitato presso l’Hosteria Bertinelli di Noceto, con protagonista Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano, in dialogo con il presidente GIA Giuseppe Iotti.
Un confronto che ha messo al centro non solo il successo del Parmigiano Reggiano, ma anche le chiavi per leggere uno scenario economico complesso e in continua evoluzione.
«Il Parmigiano Reggiano non è solo un prodotto di eccellenza del nostro territorio ma probabilmente quello in questo momento di maggior successo nei mercati internazionali», ha sottolineato Iotti.
«Per questo, proprio quando si presentano tante nubi sul panorama del commercio estero, il Gruppo Imprese Artigiane ha ritenuto di proporre una riflessione sì sullo specifico di questo prodotto, ma anche più in generale sulla realtà e le prospettive per altri prodotti alimentari (e non) per le nostre aziende».
«La figura di Nicola Bertinelli, in questo senso, è esemplare – ha aggiunto – per la capacità di portare con presenza costante a Bruxelles le ragioni di un mondo importante come quello del nostro formaggio».
Il cuore dell’incontro si è sviluppato nel dialogo tra Iotti e Bertinelli, a partire da uno dei dati più significativi: per la prima volta l’export ha superato il mercato interno, raggiungendo circa il 51% delle vendite.
Bertinelli, alla guida del Consorzio – fondato nel 1934 – e primo presidente nella storia dell’ente a ricoprire tre mandati consecutivi, nel suo intervento ha offerto una lettura molto chiara:
«L’Italia non è il luogo dove produzioni come il Parmigiano Reggiano possono pensare di avere uno sviluppo», ha spiegato, ricordando come oggi circa il 65% delle famiglie italiane si trovi a dover fare i conti con forti limiti di spesa. Un dato che si intreccia con un’altra dinamica strutturale: il calo demografico, che riduce progressivamente la base dei consumi interni e rende ancora più evidente la necessità di guardare ai mercati internazionali come leva strategica di crescita.
Da qui una scelta netta: «Noi non possiamo e non dobbiamo competere sul prezzo: abbiamo una struttura di costi e un’identità che ci impongono di competere sul valore».
Il passaggio decisivo è culturale, prima ancora che economico. «Il Parmigiano Reggiano deve diventare una marca iconica a livello globale». E questo significa anche ridefinire il proprio posizionamento nei mercati: «Non potremo più essere il 40% della quota di mercato di un formaggio in un singolo Paese. Dovremo essere l’8, il 10, il 15% di un segmento ben preciso, in tanti Paesi diversi».
Una strategia che punta sulla qualità e sulla distintività, non sulla quantità. Una visione che si traduce infatti anche in una crescita attenta e governata della produzione:
«Oggi oggi si contano oltre 4,1 milioni di forme prodotte, con un obiettivo di arrivare a circa 4,7 milioni nei prossimi anni, mantenendo un incremento controllato attorno al 2% annuo.
Ma diventare iconici significa anche mantenere una promessa: «Quando qualcuno legge Parmigiano Reggiano, l’aspettativa deve essere sempre superata», ha sottolineato, richiamando il valore della biodiversità, del territorio e della bellezza che stanno dietro al prodotto. È in questa direzione che si inserisce anche il legame sempre più stretto con il territorio e con il turismo esperienziale.
«Oggi abbiamo circa 85.000 persone che vengono a visitare i caseifici del Parmigiano Reggiano», ha spiegato, indicando un obiettivo ambizioso: «arrivare a 400.000 visitatori nei prossimi anni».
Per farlo sarà fondamentale creare sinergie, in particolare con realtà già fortemente attrattive come la Motor Valley, ma anche investire su altri elementi identitari del territorio, come la musica, in una logica che unisce prodotto, cultura ed esperienza.
Nel confronto è emerso anche il cambiamento nei comportamenti di acquisto e consumo, che sta ridisegnando il ruolo stesso del prodotto. «Non sarà più solo un prodotto da grattugiare», ha osservato Bertinelli, ma sempre più un alimento da consumo diretto, legato a momenti diversi della giornata: dall’aperitivo al light lunch, fino a un consumo più informale. Una trasformazione che intercetta nuovi stili di vita e amplia le occasioni d’uso, contribuendo anche a rinnovare l’immagine del prodotto.
Allo stesso tempo cambia anche il modo di acquistarlo: «Le famiglie continuano a comprarlo, ma meno frequentemente e in porzioni più piccole», ha spiegato, evidenziando una maggiore attenzione alla gestione domestica del prodotto e agli sprechi.
Alla domanda se questo modello possa essere replicato, la risposta è stata chiara: «Serve un gruppo di persone che ci crede, una governance coesa e una visione di medio-lungo periodo», ha sottolineato Bertinelli.
Un percorso che richiede continuità, capacità di fare sistema e investimenti condivisi. Il valore si costruisce nel tempo e attraverso una responsabilità condivisa. Perché «un’azienda non può andare bene in un comparto che va male», ha concluso Bertinelli, ricordando che è la filiera nel suo insieme a determinare la solidità e la competitività e mettendo infine la propria esperienza a disposizione, se può essere utile ad altri percorsi di valorizzazione delle eccellenze del nostro territorio.
Nella stessa giornata e sede, prima dell’incontro pubblico, si è svolta l’assemblea straordinaria degli associati GIA, chiamati al rinnovo delle cariche sociali in linea con le scadenze statutarie quadriennali dell’associazione.