Un commento da imprenditore sui punti di programma del nuovo Governo. Intervento del Presidente GIA Giuseppe Iotti

05 settembre 2019

 

 

Le associazioni datoriali, come ogni altra espressione della società civile, se sono davvero tali, sono apartitiche, ma non apolitiche: hanno senso infatti perché si occupano non tanto della grande politica, ma delle politiche che toccano le categorie produttive. E ci riferiamo più ai fatti che a programmi o “contratti” sulla carta.

In questa fase è quindi possibile commentare quanto di buono (a mio avviso poco) e cattivo (molto) il precedente governo ha fatto per le imprese, mentre è difficile commentare quel che potrà fare questo governo sulla base dei programmi, che poi sarebbero sinteticamente i 29 punti resi pubblici nei giorni scorsi (26 iniziali, diventati poi 29).

A dare delle utili indicazioni già oggi sono però quei segnali concreti rappresentati dai curriculum dei ministri incaricati, e delle forze politiche che li hanno espressi, di cui una, quella che era al governo anche prima, viene da una cultura a noi non favorevole, e in alcuni passaggi purtroppo lo ha dimostrato. Ma ai nuovi ministri, di cui diversi sono poco conosciuti, dobbiamo dare una iniziale fiducia.

Qui, come mia abitudine, esprimo opinioni chiare, per quanto non necessariamente da condividere. Una delle due forze del nuovo governo si è avvicinata negli anni scorsi ad una cultura favorevole all’impresa, se non altro perché favorevole ad interessi dei lavoratori che, tramite sindacati all’epoca disponibili, esprimeva da tempo.

Questi interessi negli anni sono diventati più vicini a quelli degli imprenditori, perché quasi tutti hanno capito che se le risorse non si producono non possono essere distribuite. Ciò è stato dimostrato in concreto da provvedimenti dei penultimi governi quali il Job Act, e i vari incentivi, dimostratisi assai efficaci, all’innovazione tecnologica.

Delle due forze dello scorso governo, quella che è andata all’opposizione, al di là di certi proclami (ed una diffusa avversione all’Euro che non ci può trovare d’accordo), ha radici nel Nord produttivo e lo ha in alcuni casi dimostrate nel concreto.

L’altra, quella che è rimasta al governo, viene invece da una cultura contraria all’impresa, ed una possibile conversione sta venendo espressa, ma va verificata. L’auspichiamo, dato che provvedimenti negativi come il cosiddetto Decreto dignità, la riduzione degli incentivi e della formazione scuola lavoro, e il programma di un salario minimo sbagliato nel suo concetto ci sono stati. L’elemento positivo, che si può forse considerare una garanzia, è che il riconfermato premier Conte è di per sé uomo che nella sua carriera professionale ha lavorato con le imprese, le conosce e culturalmente non le ha mai avversate.

Proviamo ad esaminare uno ad uno, ma in breve, i punti del programma.

L’elenco è lungo, ma come non essere d’accordo sul fatto che la legge di bilancio punti allo sviluppo, che diminuiscano le tasse sul lavoro, che si investa sui giovani, che si aiutino le famiglie, specie quelle numerose, che in particolare si favorisca lo sviluppo tecnologico e la ricerca, che si lotti contro il dissesto idrogeologico, che si investa in nuove infrastrutture e nella manutenzione di quelle esistenti, si riducano i tempi della giustizia, si contrastino le mafie, si accettino forme di autonomie locali richieste da alcuni territori, si tuteli il risparmio, ed i beni artistici, storici eccetera, si digitalizzi la pubblica amministrazione, si persegua l’equità fiscale, si sostenga il personale che difende l’ordine pubblico.

Mi verrebbe da dire che vorrei ben vedere un programma contrario, e, come ha commentato scherzosamente qualcuno, all’elenco manca solo la pace nel mondo.

Però mancano le priorità: tutte queste cose insieme non si possono fare. Manca soprattutto qualunque riferimento pratico al come si recuperano le risorse per questo rinascimento nazionale che, potendo, credo tutti i governi vorrebbero promuovere.

In realtà un punto del programma c’è al riguardo: chiedere all’Europa più flessibilità nelle politiche di bilancio. Ciò significa la speranza che la UE ci consenta un maggior debito, avendo in simpatia forze politiche che hanno votato favorevolmente alla nuova presidente della Commissione.

Intanto c’è qui un equivoco da dissipare: la rigidità rispetto alle nostre politiche di bilancio non nasce tanto dalla UE, quanto dall’appartenenza area monetaria dell’Euro. Noi vorremmo fare politiche più espansive, ma per farlo dovremmo stampare soldi che Francoforte non stampa. In realtà la BCE, cioè Draghi, ci sta aiutando da anni prestando il denaro a tassi bassissimi, ma non tutti gli italiani lo percepiscono.

Di fatto, questo punto programmatico differisce dalla politica dello scorso governo solo nei toni: là si pretendeva, qui si chiede con cortesia. Può essere che ci rispondano con maggiore larghezza di vedute, ma non crediamo che questo cambiamento di accenti possa essere risolutivo per il problema debitorio del nostro Stato.

Tra i punti del programma ce n’è almeno uno per noi sbagliato, che è quello della istituzione di un ennesimo carrozzone, e cioè una banca pubblica per gli investimenti, specie al Sud. Già visto. Tanto più che nulla si dice di concreto su quel che si vuol fare con Alitalia, la TAV (di recente il M5S ha ancora votato contro, anzi paradossalmente questo è stato l’ultimo atto del governo gialloverde prima di cadere), l’ILVA, le concessioni autostradali, le mancate privatizzazioni messe a bilancio per far tornare i conti, ma mai fatte.

Si parla anche di conflitto di interessi, ed il tema a mio avviso si intreccerà col bisogno o meno di sostegno al Senato di cui il governo potrebbe abbisognare, dati i numeri risicati, dato che in quel caso un aiuto potrebbe essere chiesto sottobanco ad un partito molto attento all’argomento.

Un altro tema delicato è l’ultimo punto, che auspica che il nuovo governo aiuti Roma: dovrebbe recuperare la dignità che spetta alla capitale nazionale disponendo di maggiori risorse. In pratica il bilancio del Comune di Roma è da molto tempo un buco senza fine, e gli italiani vi hanno buttato già miliardi (come del resto nella romana Alitalia, e in altre situazioni che hanno come centro quel tipo di interessi, tra l’altro spesso intrecciati con quelli di mondi malavitosi). Potrebbe trattarsi di un tentativo di salvataggio l’attuale amministrazione comunale: qui si dovrà scegliere se chiedere i soldi a noi non romani, o andare ad ulteriore debito con la compiacenza della BCE.

Sulla riduzione del numero dei parlamentari come imprenditori non ci pronunciamo, non è un nostro tema. Sembrerebbe si pensi al ritorno ad una legge elettorale proporzionale, coi suoi pregi ed i suoi noti difetti.

Poi, sul diritto inalienabile dei cittadini all’accesso alla rete sin dalla nascita, come se fosse l’acqua o l’aria, io lo trovo inappropriato. Sul tema dell’immigrazione infine questo documento risulta del tutto ambiguo, e non parla dell’unica cosa che avrebbe senso, e che si fa altrove: programmarla e poi far rispettare i programmi stabiliti coi paesi di provenienza e con la UE.

Che dire dunque? Speriamo che davanti alla realtà, questo governo non assuma atteggiamenti ideologici, che qua e là invece trapelano dal programma, ma al contrario sia pragmatico nell’interesse vero dei cittadini, che coincide con quello delle imprese.

E speriamo che facendo questo, li sappia convincere: qualche giorno fa Sky24 ha reso noto un sondaggio in cui solo il 39% degli italiani pensa di aver avuto dalla UE più vantaggi che svantaggi, il 41% antepone il fatto che un politico sia rappresentativo della volontà della maggioranza al fatto che sia competente (immaginate se in azienda applicassimo questo criterio!), infatti tre ministri, tra cui quello degli Esteri, non sono laureati, tanto meno in un paese anglofono, e solo il 31% crede che l’impatto economico dell’immigrazione sull’economia sia stato positivo (cioè non conta che altrimenti noi imprenditori non troviamo personale dipendente).

Il parere sulla permanenza dell’Italia sull’Euro è un po’ migliore, ma il più basso dell’Eurozona. Questo è un Paese che ha quasi perso la testa e bisogna che la ritrovi.

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