Transizione energetica, si può rallentare? Riflessioni del Presidente Iotti

23 giugno 2022

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Questa volta intendo mettere in evidenza un articolo pubblicato sul Sole24Ore qualche giorno fa, che trovate qui di seguito, che potrebbe sollevare qualche criticità in quanto a firma direttamente di un esponente politico, per quanto assistito da un esperto.

Ma francamente è difficile non concordare sul contenuto. L’Europa, si legge, nel concentrarsi su programmi di transizione piuttosto rapida, e nell’opporsi alle pretese della Russia sull’Ucraina, sta autodeterminando condizioni difficili per i suoi cittadini e le imprese.
Ma esiste un’alternativa?

A questa domanda si può rispondere su due piani. Il primo è quello strategico, e anche qui è difficile non concordare con gli scriventi.
Non si possono eticamente ignorare i temi ambientali (il surriscaldamento di questi giorni, con allegata siccità, è purtroppo qui a ricordarcelo), nè mancare di appoggiare l’Ucraina a sottrarsi alla brutalità del regime putiniano (verrebbe da dire zarista).

L’altro è quello operativo, e qui l’articolo resta generico, e forse non può che restare tale. Quello che viene suggerito in pratica è di rallentare la transizione energetica, e di continuare ad investire nelle fonti tradizionali, cercando di arrivare quanto prima all’autonomia energetica rispetto al blocco russo-cinese, o per meglio dire alle autocrazie, perchè non è un blocco: la Cina in prospettiva è molto più forte del regime post-sovietico, e non ha interesse a legarvisi mani e piedi.

Ma il rallentamento della transizione non costituisce una soluzione efficace nel medio termine al problema. Anzitutto, se spostiamo gli obiettivi del 2030 o 2035 al 2040, per esempio, gli investimenti energetici tradizionali non saranno comunque così dinamici, sapendo loro che il proprio destino resta solo questione di tempo. Ma, anche di più, conta il fatto che purtroppo il grosso delle fonti energetiche per l’Europa (le Americhe da questo punto di vista guardano più che altro a se stesse) sta in paesi ex-coloniali che sono oggi giustamente sovrani, possono tranquillamente decidere di continuare ad investire, ma non nell’interesse del mercato europeo, e magari invece per quello asiatico, se così loro conviene. Per cui, entro un certo termine, siamo per forza costretti all’indipendenza, non è solo questione di ambiente.

Dunque l’economia europea in realtà non può deflettere più di tanto dal cammino intrapreso, pur pagandone oggi dei costi sociali i cittadini e le imprese. Fare diversamente significherebbe aprire le porte d’Europa ai regimi autocratici, e questo non va bene non solo per i cittadini, ma anche per le imprese, che sono libere e vogliono restare tali, non essere costrette ad un regime sostanzialmente mafioso com’è quello russo.

Due ulteriori considerazioni. Una riguarda il livello europeo: purtroppo i diversi Paesi sono in situazioni tra loro molto diverse. La Francia è quasi indipendente col suo nucleare, la Spagna ha già adesso pronti sette rigassificatori per ricevere gas da qualunque Paese del mondo, l’Europa dell’Est dipenderà in modo pesante dalla Russia per più tempo di noi, e così via. Poichè la parte politica dell’autore ha come tema identitario quello di mantenere una sovranità nazionale, e concepire l’Europa come una realtà solo intergovernativa, non è chiaro come, così facendo, si possano comporre interessi così diversi, che i diversi elettorati percepiranno come prioritari a scapito di un’azione comune, che sarebbe l’unica ad avere efficacia, ma può esistere solo in una dimensione sovranazionale.

L’altra riguarda il sistema economico italiano, ed il ruolo delle diverse tipologie di imprese. In realtà la manifattura italiana è ancora fortissima, e la è per la specifica strutturazione di un sistema a filiere e distretti, che deve essere non solo mantenuto, ma sviluppato nei fatti e non solo nelle parole populiste che spendono tanti perchè sono facili da pronunciare. La nostra dimensione aziendale è indispensabile in questo quadro, anzi ne è di fatto il motore. Lo Stato deve sempre di più, perciò, aiutare le PMI e l’artigianato verso l’innovazione di processo e di prodotto, anche nell’efficientamento dell’uso delle fonti energetiche, ma in realtà a 360 gradi. Soltanto così il nostro destino resterà nelle nostre mani.

Giuseppe Iotti

poltiche-climatiche-realistiche-il-sole-24-ore-17-giugno-2022

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