“Fare Impresa ai tempi del Coronavirus”

20 marzo 2020

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In questi e nei prossimi giorni, vorremmo condividere le riflessioni dei nostri imprenditori, che tra un problema e l’altro, uno sfogo, una mail e una telefonata ci raccontano cosa sta succedendo, tutti i giorni, sul territorio, e di come riescono ad aprire i cancelli delle loro aziende, nonostante tutto.

Di seguito alcune testimonianze di imprenditrici e imprenditori associati al Gruppo Imprese. Le pubblichiamo per dare un segnale di positività a tutti, per far sapere a tutte le aziende che in questa battaglia non sono sole, che questa è una battaglia di tutti, e che questa battaglia senza il contributo delle nostre aziende non si vince.


N°7

Il motivo vero per cui vi ho chiamato, oltre al fatto di ricevere chiarimenti sugli ultimi decreti, è quello di ringraziarvi per quello che state facendo e per dirvi che sono convinto che in tutto questo male riusciremo sicuramente a trovare qualcosa di positivo. Sono convinto che questo “qualcosa” di positivo sarà la riscoperta, da parte delle persone, dell’importanza delle cose essenziali e veramente importanti nella vita. Volevo dirvelo a voce e condividerlo con l’Associazione.

Da una telefonata 

N°6

Buongiorno,

accolgo con piacere il vostro invito a farvi avere nostri pensieri sulle imprese in questo difficile periodo.
 
Parlo da imprenditore di una realtà di circa 20 persone che lavora nel campo alimentare.
Giusto per descrivere la nostra “fortuna” ad avere avuto continuità di lavoro e di contro quasi non riuscire a soddisfare gli ordini dei clienti a causa della massiccia assenza di personale sul posto di lavoro.
Nella nostra realtà è stato possibile sopperire, in parte, con la forza famigliare a queste assenze ma rimane tanto amaro in bocca per l’esperienza vissuta ad oggi.

 

Un governo che si prodiga a premiare tutti indistintamente i dipendenti, senza pensare di detassare eventuali premi, che imprenditori come noi metterebbero volentieri nella busta paga ai pochi lavoratori meritevoli che in questo periodo hanno affrontato paure e incertezze e hanno creduto nella continuità dell’azienda, e si sono dedicati oltre il dovuto a questo impegno.
Invece, se fosse per le decisioni prese dal governo,  chi è rimasto a casa con “finte malattie” prolungate oltre ogni decente previsione, avrà la stessa identica soddisfazione economica di chi non ha mai smesso nemmeno per un giorno di porre impegno nel proprio lavoro.
Non paghi di questo, hanno anche pensato di tamponare eventuali cali di lavoro successivi con l’impedimento al licenziamento per 2 mesi. Utilissime decisioni per aiutare eventuali aziende in difficoltà.
In questo modo si sono sottolineate situazioni già note di menefreghismo a fronte di grande serietà della parte opposta.

 

Detto questo si potrebbe sottolineare le speculazioni su cui, ad oggi, non abbiamo visto vigilare. Anzi messi al corrente gli organi di competenza si è assistito ad un omertoso silenzio. Senza dover guardare a campi di non nostra competenza (come le famigerate mascherine) possiamo parlare di agroalimentare e DOP del territorio. Dove avidi produttori hanno visto una bella speculazione da mettere in campo in un momento di grande richiamo di prodotto da parte della grande distribuzione che ha registrato consumi record.
In tutto questo gli organi di vigilanza non vedono nulla su cui vigilare?

 

Volendo allargare lo sguardo possiamo dire che, oggi più di ieri, ci sarebbe bisogno di snellire drasticamente burocrazia per affrontare le 1.000 scadenze che ormai assillano tutte le aziende quotidianamente. Su questo fronte non è stato legiferato nulla. Quindi ci ritroveremo nel momento cruciale di una timida ripresa a dedicare risorse ed energia ad inutili adempienze, quando basterebbe raggruppare e snellire il tutto per lasciarci liberi di poter impostare strategie più utili a far ripartire l’economia.
Non serve certo un esperto in economia per verificare che il costo del lavoro e la tassazione sono a livelli da record. Ci sono modelli che sarebbero semplici da seguire ma che volutamente vengono ignorati:
  • Dichiarazioni dei redditi di privati cittadini in cui vengono riportati tutti gli acquisti (di tutti i tipi) di cui si “diventerebbe” obbligati a richiedere fattura e il successivo calcolo di tassazione al netto di tutte le spese. Con questo semplice provvedimento si costringerebbe a far emergere tutta la parte di reddito non dichiarato di aziende che lavorando con privati, ad oggi, sono incentivati a non fatturare. Spinta accentuata dall’introduzione della fattura elettronica … difficile da gestire, quindi invoglia maggiormente l’evasione.
  • Fatto questo abbassare decisamente la tassazione sul lavoro e sui redditi in modo da incentivare il ritorno delle aziende che hanno delocalizzato.
  • Ultima ma non meno importante: stabilire un assistenzialismo “mirato”. Non come succede ad ogni cambio di governo: acquistiamo votanti promettendo soldi a caso! Quindi anche grossi tagli di spesa pubblica rientrerebbero nel risparmio da dedicare a opere e incentivi “intelligenti”.
Il dilungarsi su questi argomenti viene spontaneo. Nella speranza che le nostre associazioni di categoria si facciano portavoce di queste impellenti necessità, lascio ad altri miei colleghi imprenditori lo spazio per i commenti.
Detto cose scontate? Difficili da capire? Verranno mai prese in considerazione ?
 
Dopo questo sfogo auguro a tutti un sereno proseguimento

Lettera Firmata


N°5

“Fare impresa ai tempi del coronavirus”…

E’ – questa – una frase che sempre più spesso si sente pronunciare sui canali d’informazione.

“Fare impresa”… L’impresa – oggi – è quella di assicurare una sopravvivenza alla propria realtà produttiva.

Impresa è poter lavorare in queste condizioni di estrema emergenza. Oggi i primi a fare letteralmente “impresa” sono i lavoratori, che – nella maggior parte dei casi – si stanno prodigando per salvaguardare le aziende e difendere il loro posto di lavoro.

Impresa la fanno i lavoratori della grande distribuzione, che assicurano a tutti noi l‘accesso alle strutture di distribuzione dei generi alimentari.

Impresa la fanno i medici e gli infermieri, ai quali ogni ringraziamento e riconoscimento sarà sempre insufficiente a ricompensare il servizio sociale che stanno rendendo alla comunità in questi giorni difficili.

Impresa la fanno gli operatori di Pubblica Sicurezza, i netturbini, gli operatori delle RSA…Impresa la fa chi svolge il proprio compito con dedizione ed impegno, anche nello stare a casa.

La riflessione richiesta, tuttavia, è un’altra: “fare impresa ai tempi del coronavirus”, riferendoci a quel tessuto produttivo di piccole e medie imprese di cui è ricco il nostro territorio.

Per qualcuno, “fare impresa” oggi significa poter assicurare il “normale” funzionamento della propria Azienda durante questo periodo di serrata generale, affrontando costi, spese e sforzi – sia a livello organizzativo che economico – che nessuna manovra finanziaria o DPCM straordinario potrà mai compensare. Mi vengono in mente le aziende di trasporto, quelle della grande distribuzione, le officine metalmeccaniche e tessili, le società di produzione di prodotti per la cura della persona (alcune delle quali hanno temporaneamente riconvertito la produzione per poter far fronte all’endemica mancanza di gel igienizzanti). 

Per altri – e, in questo caso, penso alla nostra realtà – “fare impresa” significa pensare a quando e come ripartire. La nostra società si occupa della realizzazione di spazi commerciali nel settore della grande distribuzione organizzata e del retail: apparteniamo – quindi – ad una delle filiere commerciali che è stata e che sarà più duramente colpita da questa crisi (insieme ad altre filiere: penso a quella del turismo, del trasporto, ecc.).

Ad oggi, lo scenario che abbiamo dinanzi a noi è estremamente incerto: la nostra attività, infatti, dipenderà dall’andamento dei consumi.

Se – al termine della crisi – le catene commerciali avranno forza, risorse ed il coraggio imprenditoriale di fare immediatamente degli investimenti per ampliare/ammodernare la loro rete distributiva, potremo ricominciare la nostra attività caratteristica con estremo slancio.

Se – al contrario – al termine della crisi si verificherà una contrazione dei consumi o anche solo la necessità, da parte delle stesse catene commerciali, di “fermarsi un attimo” per “leccarsi le ferite”, avremo – dinanzi a noi – un periodo drammatico.Cosa fare, quindi? Mi viene in mente solo questo: faremo la nostra parte. Tutti dovremo fare la nostra parte.In questi giorni, mi viene spesso in soccorso il ricordo di un film, visto e rivisto nel corso degli anni… Un film in cui uno dei protagonisti – uno splendido Al Pacino – arringa la squadra di football di cui è allenatore con un epico discorso motivazionale. Sto parlando di “Ogni maledetta domenica”.“La vita è questione di centimetri”: magari dovremo sudare e sputare sangue per conquistarne uno, e poi un altro, e poi un altro ancora… Ma se – dopo aver lottato – ne avremo conquistati a sufficienza e li metteremo uno in fila all’altro, quella sarà la differenza tra una vittoria ed una sconfitta. E ancora: “o vinciamo come gruppo, o saremo annientati singolarmente”.

Chi si proclama “imprenditore” (titolo abusato ed inflazionato: non mi considero come tale), dovrà imparare veramente a “vincere come gruppo”… Ed il gruppo non può essere formato da altri se non dai lavoratori dell’Azienda e da tutti i partner e collaboratori che troppo spesso consideriamo solo come meri “fornitori”.Scrivendo questa lettera – in cui posso riversare tutte le preoccupazioni che ho in questo momento e che non posso e non voglio “vomitare” in famiglia (e per questo Vi ringrazio) – mi viene in mente anche un altro aspetto importante: l’etica.

L’imprenditorialità in generale deve imparare ad essere non solo solidale (in questi giorni, tante imprese hanno concretamente dimostrato – con donazioni e contributi – la loro solidarietà), ma anche etica. Etica nel considerare tutti i collaboratori quali “partner”, onorando le scadenze di pagamento e corrispondendo i giusti emolumenti per i lavori fatti. Etica nell’onorare le scadenze fiscali: oggi più che mai, le Istituzioni hanno bisogno non solo di un’estemporanea donazione dettata dall’emozione del momento, ma anche di un gettito fiscale che possa assicurare il normale funzionamento della macchina statale.

Questo significa che, a mio avviso, chiunque ne abbia la possibilità (e la “schiena” finanziaria), dovrà onorare le scadenze dei prossimi mesi, mettendo il sistema – in questo modo – in condizioni di “tornare a correre” quanto prima. Facciamo la nostra parte: non lamentiamoci (e, qui, faccio alcune citazioni) della pressione fiscale, delle tasse che non servono a nulla, dello Stato parassita, ecc… Stiamo vogando tutti controcorrente e c’è bisogno della forza di tutti… FACCIAMO LA NOSTRA PARTE.

L’imprenditorialità dev’essere etica – infine – nel considerare quale principale ricchezza i dipendenti, quel tessuto umano che permette ad ogni impresa di funzionare e di eccellere: lasciamo a casa il nostro personale (ove possibile, adottando modalità di “smart working”), avendo principalmente a cuore la salvaguardia di quelle persone (persone, non semplici risorse) con le quali condividiamo gran parte delle nostre giornate.Questo bastardo invisibile, questa carogna maledetta che imperversa nel nostro paese, in tutta Europa e nel mondo intero, non può vincere… Ne usciremo migliorati e più forti!Allora, potremo riaccendere la macchina, scegliere una strada, tornare a guidare e… goderci il viaggio.

Grazie per la possibilità di sfogo.

A presto.

Lettera firmata


N°4

Parlo da piccolo imprenditore, e quindi con peso limitato all’interno del gruppo imprese o di confindustria, ma credo che sia comunque mio dovere, oltre che diritto, portare una mia riflessione su qunato sta accadendo e su come viene gestito.

Non credo che la strada intrapresa sia la strada migliore ( ripeto e ripeterò sino alla noia che e’ una riflessione personale, quindi soggettiva e magari sbagliata ). Ho sempre ritenuto giusto ed opportuno che si dovesse chiudere tutti sin dal primo momento per imposizione governativa. Tale decisione avrebbe sicuramente sconvolto l’economia locale e delle 3 regioni piu importanti (lombardia, veneto ed emilia-romagna) e di conseguenza quella italiana, ma forse, avrebbe ridotto il numero di morti e forse ci avrebbe permesso di uscire in anticipo rispetto ad altri paesi dalla crisi sanitaria.

Purtroppo, pero’ , siamo adesso in una situazione ancora piu complicata:

  • la crisi sanitaria continua a peggiorare 
  • parte dell’economia (negozi, bar, risporanti, cinema, ecc..) sicuramente collasserà con il protrarsi delle misure di contenimento
  • lo Stato non ha risorse finanziarie sifficienti per coprire costi sanitari e buchi dell’economia
  • sia il mercato interno che quello estero si bloccheranno comunque considerato le difficoltà ormai diffuse a livello mondiale
  • noi imprenditori dobbiamo gestire dipendenti impauriti, sobbarcarci l’onere di garantire la loro sicurezza e chi come me lavora come terzista non può permettersi di chiudere perché ha i clienti con il fiato sul collo. ( La questione dei clienti che stressano i fornitori , con telefonate da smart working merita sicuramente un approfondimento ulteriore, magari in altra mail ).

Adesso siamo tutti noi imprenditori a dover chiedere il blocco totale di tutte le produzioni non vitali. E’ la nostra categoria, le nostre associazioni che devono decidere a livello nazionale di bloccare la produzione e di chiudere non 15 ma 20 giorni. E’ una cosa che si deve fare in rispetto ai 3405 morti di ieri, in rispetto ai nostri genitori, in rispetto ai nostri coniugi, in rispetto ai nostri figli, in rispetto dello STATO.

Serve arginare subito e senza indugio il dilagare dell’epidemia. Se supportati in modo corretto potremo riprenderci in modo rapido e forse farci valere un po’ di più a livello internazionale.

Durante le guerre tutti devono dare il proprio contributo per il bene comune. Ottime le donazioni in denaro, ma adesso serve di più, serve più responsabilità da parte della nostra categoria nei confronti di un’intera comunità.

Lettera firmata


N°3

Buongiorno, vi ringrazio innanzitutto per l’iniziativa che ci permette un minimo di condivisione in questi tempi che ci impongono “distanze di sicurezza fisica” che stanno diventando anche vere e proprie barriere psicologiche dettate ovviamente e credo comprensibilmente dalla paura del contagio.

Sono il titolare di una micro-azienda di impiantistica elettrica composta da sei dipendenti e due soci, quando la situazione ha cominciato a deteriorarsi vistosamente (11 marzo) abbiamo deciso di chiudere prudenzialmente la ns. attività, per rispetto e tutela della salute dei ns. dipendenti e dei ns. clienti.

Chiaramente abbiamo cercato, nei limiti del possibile, di non creare situazioni critiche relativamente alle attività che stavamo svolgendo nel periodo, che spaziano dal cantiere residenziale all’impiantistica dedicata alla produzione industriale e terziaria. Per ora stiamo utilizzando come ammortizzatore temporaneo, le ferie pregresse del personale (che sono sempre croce e delizia della micro-impresa) pur avendo la possibilità, riconosciuta in tutti i decreti di recente emanazione di continuare a lavorare come servizio essenziale, sono più che dubbioso riguardo la reale possibilità di applicazione della predetta possibilità.

Mi sorgono spontanee le seguenti perplessità:

Una squadra operativa di elettricisti è composta normalmente da due persone che svolgono i loro compiti al domicilio del cliente, come possono rispettare gli spazi minimi se viaggiano e operano necessariamente a stretto contatto reciproco. Molti dei ns. clienti sono chiusi o ad attività ridotta, e anche quelli che sono aperti ci hanno fatto capire, più o meno esplicitamente, che non gradiscono avere personale proveniente dall’esterno se non per urgenze inderogabili. La responsabilità morale, pur involontaria e avendo adottato tutte le misure consigliate, di un eventuale contagio di un dipendente la vogliamo mettere in conto ? Ho molti dubbi sul da farsi a breve termine e nessuna certezza…….Concludo con la consapevolezza che i problemi di molte persone oggi non siano di natura professionale e me ne dispiaccio sinceramente, spero solo nel mio piccolo di avere la possibilità di contribuire, quando questo drammatico evento finirà (spero presto) alla ricostruzione del ns. tessuto imprenditoriale che era e sarà il vanto di questa Italia.

Lettera Firmata


N°2

Grazie. Vi sentiamo vicini e questo ci fa piacere oltre che farci sentire partecipi di una comunità che non mollerà senza lottare…

Firmata


N°1

“….approfitto di questo raro momento di tranquillità in ufficio per ringraziare tutti voi per il supporto costante che ci state dando in questo momento. I vostri aggiornamenti precisi e costanti sono ossigeno in questi giorni di caos in cui sento tutto e il contrario di tutto più volte al giorno.

Non so che impressione stai avendo dal vostro osservatorio, io personalmente sono preoccupata, arrabbiata e delusa. Preoccupata evidentemente per l’andamento economico, ma principalmente arrabbiata e delusa da alcuni miei “colleghi” imprenditori che stanno venendo meno al loro importantissimo ruolo sociale e che – ahimé – dimostrano di non avere compreso cosa sia quella famosa responsabilità sociale d’impresa della quale, in tempi meno duri, in molti amavano riempirsi la bocca.

Compito di noi imprenditori – oggi più che mai – è prenderci cura dei nostri dipendenti non obbligandoli a consumare tutte le loro ferie (per lavarci le coscienze), ma favorendo loro la possibilità di continuare a lavorare in un ambiente sicuro. Compito di noi imprenditori è prendere consapevolezza che “Stato aiutami” non ha mai davvero aiutato nessuno di noi, e che prima di noi verranno giustamente tutte le categorie che davvero non ce la fanno da sole. Leggo di aziende che chiudono “per tutelare la salute dei lavoratori” (fregandosene di garantire la sicurezza dei loro posti di lavoro, oltre che quelli dei dipendenti dei loro clienti e fornitori evidentemente) e leggo tra le righe una resa, uno scarsissimo coraggio, una bassa voglia di investire nel futuro, l’assenza di visione a lungo termine. Chiudono.  E i dipendenti sono felici perché possono stare a casa come tutti gli altri, e li dipingono al mondo come “il miglior datore di lavoro”, ignari che nel frattempo altri lavoratori subiranno le loro scelte, ad esempio i dipendenti dei loro fornitori che rischieranno davvero di perdere il posto se la merce pronta non verrà ritirata e pagata, se non consegneranno le materie prime necessarie a continuare le produzioni.

Eppure basta così poco, davvero. Noi abbiamo diviso il personale produttivo in 2 gruppi che lavorano alternati in modo da non incontrarsi, abbiamo già fatto sanificare i locali da un’azienda specializzata, abbiamo dotato tutti di mascherine (sempre le stesse, usate ad oltranza e disinfettate, perché ora non si trovano) e disseminato l’azienda di alcool e gel disinfettante per le mani. Abbiamo chiesto a tutti di stare distanziati, di non venire al lavoro in caso anche solo di qualche linea di febbre.. e non ci è voluto molto, né dal punto di vista economico né dal punto di vista temporale, è bastato un weekend di ripianificazione delle attività. Certo, ho dormito poco durante quel weekend, ma ora siamo qui. Nessuno è felice della situazione, ma crediamo di dover fare, finché possibile, la nostra parte.

Non siamo medici, né commessi del supermercato, certo, ma siamo quell’immensa parte dell’Italia che inventa, crea, investe, produce..siamo l’economia dell’Italia e stiamo cercando di tenerla viva.

Ecco, tutta questa premessa solo per offrirvi uno spunto comunicativo per l’associazione: credo che il messaggio “grazie, non mollate adesso, per favore” vada dato anche alle e soprattutto alle imprese oggi, e un ringraziamento vada dato a tutti i lavoratori che lo smart working non lo possono fare, ma continuano a lavorare in azienda per sostenere nel loro piccolo l’economia di questo grande Paese. Oggi il messaggio che passa è che siamo dei mostri che pensano solo al profitto, come se invece di ringraziarci per il sacrificio che facciamo ogni giorno dovessimo vergognarci di essere ancora qui a lavorare.”

Lettera firmata


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